L’Antico (Pane di Ghiande)

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Viene nominato da Plinio il Vecchio nel I secolo D.C, descrivendolo come un pane di ghiande impastato con argilla del quale si nutrivano i Sardi.
Il pane di ghiande era utilizzato per buona parte dell’anno e veniva preparato scegliendo la quantità necessaria di ghiande ben mature, le quali venivano sbucciate e si ponevano a cuocere in una specie di lisciva, ottenuta filtrando l’acqua di cottura attraverso uno strato di argilla speciale,
ricca di ferro, e di cenere di alcune erbe aromatiche. La cenere serviva a togliere l’aspro e l’amaro del tannino delle ghiande, e l’argilla dava il glutine necessario a legare l’impasto.
Entrambe questi ingredienti contribuivano a render più gustoso e digeribile il pan’ispeli.
Quando le ghiande, per effetto della cottura, raggiungevano la consistenza della polenta, assumendo quasi il colore del cioccolato, si stendevano su tavole a rassodare, per poi venir tagliate a fette o a pani. Seccato al sole o al forno, il pan’ispeli veniva quindi consumato come un pane qualsiasi, col solito companatico nostrano, formaggio, lardo.
Tale abitudine alimentare è stata messa in relazione con antiche forme di Geofagia.
La geofagia ha radici antichissime. Platone consigliava alle donne incinta di ingerire argilla come ricostituente, i romani invece, la impastavano con sangue di capra e ne facevano dei biscotti medicinali.
I tedeschi e gli scandinavi, fino ad un secolo fa, la impiegavano per la panificazione, proprio come fanno tuttora gli aborigeni australiani. Nei mercati dell’Africa Centrale viene invece venduta come digestivo e cura contro la dissenteria.
Ricca di minerali come ferro, magnesio e zinco, l’argilla, in piccole dosi, purifica l’organismo e lenisce i disturbi intestinali. Non a caso è uno degli ingredienti principali del Maalox, noto farmaco anti-acidità.
Paolo Mantegazza scrisse: "Il pane di ghiande deve rimandarsi ad usi e popoli antichissimi, forse ai primi abitatori della Sardegna".
Vittorio Angius affermò che "Le donne di Baunei ne portano in altri paesi e lo vendono più caro che se fosse di farina scelta. Se ne manda in dono e si pregia come una cosa singolare…".
Osvaldo Baldacci scrisse: "Fin dal 1938, durante imiei viaggi nell’Ogliastra potei constatare che il pane di ghiande non rientra più nel regime alimentare quotidiano, ma che persiste tuttora come singolarità tradizionale nella mensa di persone povere e facoltose durante le festività paesane".
L’argilla trasformata in pane e mangiata come una vera divinità assicurava la salvazione. Mangiare quel "pane di potenza" significava trasformarlo e nello stesso tempo essere trasformati da una vasta ed unica energia.
Attraverso il pasto sacro l’uomo si identificava con la vita stessa della Terra Madre e quindi con l’intima forma della vita.
L’uso di consumare sacralmente il pane come corpo del dio era certamente praticato nella Sardegna antica; forse in origine lo si impastava nella forma di un idolo e veniva mangiato in un banchetto liturgico durante celebrazioni che avevano componenti lunari come la fecondità e la fertilità.
Certi riti si sono ripetuti nella forma anche se gli antichi significati non sono più sentiti, rimane solo il ricordo nella memoria collettiva e nella pratica rituale folcloristica



